FABIO PEROTTA

Qual è il tuo primo ricordo legato all'arte?

 

Sicuramente quello delle stampe in casa delle zie, da bambino.

Un autoritratto di Van Gogh, per cui mi chiedevo come mai avesse quella benda sull’orecchio, il fondo arancio e rosso e quello sbuffo di pipa; un’altra stampa di una corrida di Picasso del 190, con un cavallo morto in primo piano ed una serie di macchie sommarie a descrivere i matador ed il toro.

Incredibile come certi capolavori catturino l’attenzione anche di un bimbo!

 

 

Su cosa si basa la tua ricerca, sia sul piano tecnico che concettuale?

 

La bellezza della materia pittorica è stata una scoperta del periodo liceale.

E’ diventata subito necessità di espressione: l’ambiente circostante, Milano e la sua provincia, costellata di architetture post-industriali, hanno finito per influire costantemente sulla mia ricerca.

E’ come se la natura vegetale che si ritrova velocemente uscendo dalla città, si confondesse con quella che è ormai il paesaggio delle fabbriche in rovina.

Il tempo che degrada le strutture metalliche, le rovine dei muri e le muffe, che la natura riconduce a quello che la mano dell’uomo ha deviato dall’ordine prestabilito e che ritorna già da ora al suo stato naturale, suscitano in me un interesse continuo.

 

 

Quali artisti, del presente o del passato, sono un tuo riferimento o una tua fonte di ispirazione?

 

Lasciando stare  tutti i classici maestri, se vogliamo partire dagli impressionisti e le prime avanguardie, direi  Monet , Cezanne, Van Gogh, Bonnard, Duchamp Ernst, Pollock, Franz Kline, Rothko, Raushenberg, Stella, Dine, Martin, Fautrier, Dubuffet, Burri, Afro, Tapies, Kossuth, Kounellis, Pascali, Zorio, Penone, Boetti, Beuys, Schnabel, Kiefer… farei prima a dire chi non è un mio riferimento.

Logico che per il mio tipo di pittura Espressionismo Astratto e Informale la facciano da padrone.

 

 

Pensi che oggi l'artista abbia, o debba avere, un ruolo “sociale”?

 

Domanda impegnativa. La società è sicuramente cambiata molto dall’800 in poi e il riconoscimento diretto di una pittura d’impegno non è più concepibile oggi anche se sarebbe necessaria.

Riflettendoci, però, Patini o Morbelli non sono così distanti da Picasso, Hopper, Wharol, Bacon e la pittura non narrativa di Rothko non è antitetica alla “scultura sociale” di Beuys.

Esiste quindi una mutevole diversità di modi con cui l’artista si pone, in modo più o meno diretto, nei confronti della sua contemporaneità, da cui a mio avviso non si può estraniare.

 

 

 

Cosa troverò di te nei tuoi lavori?

 

Essendo la pittura il mio modo di esprimermi spero che lasci intravvedere la mia personalità.

L’intimità del processo creativo può essere apprezzata solo con uno sguardo che non sia fuggevole ma attento.

 

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a cura di Silvia Rossi

 

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